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SOLO INSIEME SI PUO’ EDUCARE

A TUTTI GLI ADULTI:
“Dite:è faticoso frequentare i bambini. AVETE RAGIONE.
Poi aggiungete: Perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inchinarsi, curvarsi, farsi piccoli. ORA AVETE TORTO.
Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli.”
(Janusz Korczak – Varsavia 1878- Treblinka 1942 libero pensatore, medico, poeta, educatore)

Sono Matteo un educatore di Firenze e da quasi quattro anni ho la fortuna di lavorare con i bambini e da un anno ho il piacere di partecipare ai corsi di formazione dell’associazione Insieme per educare di Brescia.
Non ho grande esperienza,che facciano di me un esperto della prima infanzia però, forse, anche io posso dare un piccolo contributo.
Possiamo prendere spunto da questa bellissima frase e farci guidare in un tentativo di affermare che l’educazione è un processo o, se vi piace di più, una sfida che nessuno può affrontare da solo.
Facciamoci aiutare da altri due apporti di grandi uomini, che hanno speso le loro capacità e le loro energie nel tentativo di capire fino in fondo chi è il bambino.
Loris Malaguzzi ha scritto “la poesia dei 100 linguaggi” e Howard Gardner ci ha dato il saggio sulla pluralità delle intelligenze.
Senza entrare nel merito di questi due contributi, possiamo affermare con certezza, anche alla luce delle ultime scoperte scientifiche, che i bambini hanno cento modi per esprimersi e molteplici modi per apprendere.
Questo semplice fatto pone sulle spalle di ogni educatore ed educatrice un fardello pesantissimo, quello di far sì che ogni bambino abbia la possibilità di diventare ciò che vuole, ciò che è più vicino al suo “essere”.
Già da questo è chiara l’inadeguatezza di un singolo individuo a svolgere questo compito bellissimo, ma terribilmente difficile, c’è bisogno, come più volte abbiamo letto sulla rivista Bambini, di una comunità educante e più in particolare di un lavoro di equipe all’interno di ogni nido.
Questo va inteso in senso allargato, come l’insieme di tutte le persone che si occupano della prima infanzia, ma anche a livello specifico e di microcomunità, cioè il gruppo di educatori di ogni singola agenzia formativa, sia essa nido o scuola d’infanzia.
Ogni educatore ha il dovere di tendere ad essere il migliore educatore che può, ma avendo ben presente che non può esserlo senza l’aiuto degli altri.
Ogni educatore dovrà vedere nei colleghi una risorsa e non una minaccia che scateni gelosie assurde.
Ogni educatore non dovrà mai permettersi di sentirsi superiore agli altri, perché da solo non potrà mai essere portatore di tutti i saperi che servono per “provare” a capire un bambino.
Il bambino è troppo complesso, è troppo elevato ed è troppo “perfetto” per educarlo da soli.
Ma cosa intendiamo per educare?

EDUCAZIONE: trarre fuori dall’individuo quel che in esso è già  potenzialmente contenuto.

In questa definizione sono riconosciute le potenzialità di ogni individuo e quindi anche di ogni bambino, però si intuisce un intervento troppo attivo di un altro soggetto “trarre fuori”.

Senza negare ciò che è stato fatto da persone sicuramente competenti e che hanno intrapreso percorsi di studio e ricerche sul campo, io preferirei definire così l’educazione:
“predisposizione di ambienti, tempi e materiali che stimolino gli individui a tirare fuori le potenzialità che già hanno dentro di sé.”

Questo vale per ogni età, ma maggiormente per i bambini 0 – 6; noi non dobbiamo insegnare nulla ai bambini, gli adulti, siano essi genitori o educatori, devono essere motivatori, contenitori, osservatori, moderatori, a volte propositori, ma gli unici attori devono essere i bambini.
Tutto questo ci porta al problema centrale per chi si trova a lavorare con i bambini: ogni educatore ha bisogno di una formazione permanente e alla necessità di un continuo confronto all’interno dell’equipe degli educatori.
Occupiamoci inizialmente del secondo punto, il confronto fra gli educatori.
È evidente che il nido non è un’istituzione basata sulle attività ma sulla scoperta autonoma del bambino e che il progetto educativo deve prendere in considerazione non il gruppo dei bambini, ma ogni singolo bambino.
Il nido è un’opportunità per il bambino, un suo diritto, ma al tempo steso è anche un sostegno alle famiglie che negli ultimi decenni hanno assunto sempre più tipologie.
Da queste affermazioni agli educatori si presentano 2 problemi: quello di verificare spesso il loro lavoro e di riprogrammare a seconda del livello dei singoli bambini, e quello di elaborare delle strategie comuni per le relazioni con le famiglie che sono altrettanto importanti, un tutt’uno con i bimbi che frequentano il nido, bambino e famiglia sono un sistema indivisibile.
La collaborazione fra gli educatori è il punto cruciale per un buon servizio alla prima infanzia dal quale i bambini possano trarre grandi benefici.
Purtroppo spesso, specialmente nelle strutture private, ma questo è un problema anche delle strutture pubbliche, il tempo da dedicare ad uno spazio per il confronto fra gli educatori è compresso e insufficiente e molte volte si parla di cose “superflue”.
Ne derivano, a volte, rapporti con le famiglie non gestiti al meglio e soprattutto una programmazione inadeguata ai bisogni dei piccoli ospiti del nido.
Il nido non ha avuto vita facile e non ce la ha tutt’ora, una nascita contrastata e una visione sbagliata, ridotto ad un semplice “parcheggio per bambini” per troppo tempo. Questo ha messo in crisi chi ha intrapreso la strada di educatrice o educatore. Non si sapeva a chi guardare e cosa fare per portare avanti questo servizio, non c’era (e non c’è ancora oggi) un sapere unitario sul bambino, non c’era documentazione dalla quale attingere, non c’era una storia dei nidi.
Il nido sta scrivendo da trenta anni poco più (1971 legge istitutiva dei nidi) la sua storia e le educatrici e gli educatori sono stati dei pionieri nel settore. Il nostro è un lavoro di frontiera[1], o almeno a me piace definirlo così.
Questo però non può giustificare in eterno né me, né gli educatori in genere, né tutti coloro che si occupano di bambini.
Le educatrici e gli educatori devono mettere da parte gli egoismi e gli orgogli personali ed essere disponibili per un vero confronto sia per la crescita personale, ma soprattutto nell’interesse di ogni bambino e bambina e questo va fatto ogni giorno nei nostri nidi.
Dobbiamo guardarci negli occhi e avere il coraggio di dire: “io da sola/o non ce la faccio, ho bisogno di te e tu hai bisogno di me, solo insieme possiamo fare un grande dono a questi bambini”.
Ci vuole il coraggio di mettersi in discussione ogni giorno, di lasciare le certezze, e di dire: “per loro, i bambini, posso fare tutto però non da sola/o”.

Chiudo dicendo che i bambini sono come dei pittori che dipingono la loro opera d’arte, chi li osserva può cogliere solo alcuni aspetti di ciò che vede con gli occhi, ma nessuno potrà mai arrivare a capire l’essenza.


[1] Luogo fisico o astratto dove gli attori negoziano per raggiungere un accordo e dove non valgono le regole già acquisite. Affermazione mia personale rielaborando quanto scritto da Ugo Fabietti, docente di antropologia culturale all’Università di Firenze, in: “L’identità etnica”  cap. 4 pp. 93-116

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